Aprile/giugno 2018 | Cosa ho visto (Riepilogo)

L’anno è lungo e i film sono tanti forse troppi. Siccome l’oblio è una facoltà attiva, cerchiamo di ricordarci cosa abbiamo visto in questi primi mesi del 2018. Qui potete trovare un riepilogo (e qui il precedente riepilogo), in ordine alfabetico, dei film che ho visto tra quelli usciti nelle sale italiane tra aprile ed oggi, senza dimenticare alcuni recuperi dei film usciti tra gennaio e marzo. Prima dell’anno ne farà un altro, oppure due. Buona visione!

(cliccando sulla maggior parte dei titoli potete trovare le recensioni)

 

A Beautiful Day – You Were Never Really Here di Lynne Ramsay. Voto: 6-

Un tormentato veterano di guerra, che sopravvive “risolvendo problemi”, è incaricato di salvare la figlia di un politico, invischiata in un giro di prostituzione minorile. Inopinatamente annunciato come un nuovo Taxi Driver, una sinfonia dissonante di immagini disturbanti che compongono il ritratto esteticamente allucinato e un po’ autocompiaciuto di un’inquietudine troppo calcolata per coinvolgere.

 

L’affido di Xavier Lagrande. Voto: 7 ½

Nonostante la strenua opposizione della madre, il giudice decide per la custodia del figlio minorenne di una coppia malamente separata, malgrado il bambino non voglia stare col padre. E ne ha ben donde. Scaltro e sconvolgente debutto splendidamente interpretato, un thriller sociale sulla violenza domestica che non risparmia nulla allo spettatore, compreso un necessario tono ricattatorio.

 

La casa sul mare di Robert Guédiguian. Voto: 9

Tre fratelli si riuniscono al capezzale del padre nella grande casa sul mare a Marsiglia. Coerente fino all’ostinazione nel frequentare un mondo sospeso tra nostalgia del passato e coscienza del futuro, nessuno come il compagno Guédiguian sa raccontare con empatia il disincanto, le amarezze, le malinconie di una generazione che ha perso. Un meraviglioso cortocircuito di emozioni, ricordi, speranze.

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C’est la vie – Prendila come viene di Éric Toledano e Olivier Nakache. Voto: 7-

Tutto in una giornata, scene dal matrimonio di una coppia sbilanciata (lei sottomessa al vanesio protagonismo di lui) attraverso lo sguardo dello stanco e consumato wedding planer. Commedia delux e teorica, dalla struttura corale e magmatica, studiatissima nell’indovinato casting accattivante, che edulcora il potenziale demenziale con molto zucchero per accompagnare lo spettatore dentro un delizioso cinema ospitale.

 

Charley Thompson di Andrew Haigh. Voto: 8 ½

Quindicenne abbandonato dal mondo si aggrega ad un tipo losco che fa correre fino allo stremo un cavallo dal glorioso passato. Sicché ruba il puledro e fugge verso casa di una zia, unica ancora di salvezza. Tra Twain e Steinbeck, uno straordinario ed avventuroso racconto di formazione rurale che rivisita gli archetipi del grande romanzo americano (grandi spazi, padri assenti, elaborazione del lutto, rapporto con la natura).

 

Corpo e anima di Idikó Enjedi. Voto: 7

Il direttore finanziario e la responsabile del controllo qualità di un mattatoio, solitari e un po’ tristi, scoprono, attraverso la psicanalista, di fare lo stesso sogno: due cervi sotto la neve. Animali fantastici e dove non trovarli: in un contesto dove vengono maciullati, rivivono nella vita segreta di persone destinate all’amore che si meritano. Via fiabesca e buffa, carnale quanto spirituale alla commedia romantica.

 

Dark Night di Tim Sutton. Voto: 7 ½

Frammenti di una provincia americana dominata da paura e violenza. Sospeso in un’angoscia che monta senza esplodere mai in qualcosa di davvero visibile, riesce a perturbare lasciando fuori campo ciò che sulla carta potrebbe scioccare, costruendo così un horror (vacui) di sconvolgente potenza. Parte dalla strage del cinema Aurora, quella che accadde alla prima di The Dark Knight Rises: impressionante il manifesto metacinematografico verso la fine.

 

Diva! di Francesco Patierno. Voto: 6-

Da Quanti sono i domani passati, l’autobiografia di Valentina Cortese reinterpretata da attrici contemporanee. La voce (narrativa) della diva attraverso le voci delle sue giovani colleghe, corpi di un fragilissimo star system che non sanno competere con l’eterea icona del divismo passato. Nonostante la stucchevole iconografia vintage, un interessante omaggio anticonvenzionale.

 

Dogman di Matteo Garrone. Voto: 8+

Liberamente ispirata al fattaccio del “canaro della Magliana”, la parabola di un povero cristo che, con dirompente ed allucinata crudeltà, reagisce alla violenza e alla ferocia dell’amico malavitoso. Favola nera, tetra, angosciante, opprimente, immersa in una periferia ripensata nella prospettiva di un western sudicio e desolato, esteticamente impressionante e con un finale di glaciale disperazione. Clamorosi Marcello Fonte e Edoardo Pesce.

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Dopo la guerra di Annarita Zambrano. Voto: 5

Ex brigatista esule in Francia, accusato di essere la mente di un attentato, pianifica la sua fuga. Opera prima fragile e pesante, piena di momenti anacronistici e posticci, che coglie bene il nesso tra lotta armata e borghesia ma non sa trovare un equilibrio tra il senso collettivo di un irrisolto conflitto storico e la dimensione privata di un lessico familiare fatto di silenzi ed omissioni.

 

Doppio amore di François Ozon. Voto: 6 ½

Lei ha un dolore a cui non sa dare nome e quindi va dallo psicanalista, di cui s’innamora. Per caso scopre che l’uomo ha un gemello, anch’egli psicanalista: e s’innamora anche di lui. Transfert e sesso, ginecologia e citazionismo, geometria e psicologia, ossessioni e infiniti doppi. Un gioco erotico intellettuale e postmoderno sì intrigante ma che alla lunga rivela uno schema troppo prevedibile.

 

End of Justice – Nessuno è innocente di Dan Gilroy. Voto: 6

Alla morte del socio, un navigato e stravagante avvocato, già attivista per i diritti civili, entra in uno studio legale per occuparsi di un caso che mette in discussione il suo idealismo. Veicolo per il sommo gigionismo di Denzel Washington, è un quasi-noir metropolitano che vorrebbe ambire ad un discorso politico sulle disuguaglianze ma non sa emanciparsi dalla routine. Assurda la traduzione italiana del titolo.

 

Escobar – Il fascino del male di Fernando Léon de Aranoa. Voto: 4

Vita del noto narcotrafficante attraverso lo sguardo della sua amante giornalista. Da una vicenda talmente magmatica e complessa che sta generando una miriade di prodotti, il grande romanzo popolare colombiano diventa un rotocalco paratelevisivo, patinato e un po’ ambiguo. Una consapevole ed incredibile cafonata costruita su misura per la coppia Bardem-Cruz, fin troppi gigioneggianti.

 

I fantasmi d’Ismael di Arnaud Desplechin. Voto: 6-

Regista con le idee poco chiare ritrova la moglie che credeva morta da vent’anni. Cinema sul e nel cinema. Teorema nevrotico, narcisistico e autoreferenziale, tutto dentro l’opera del sapiente cineasta che però qui svela con troppa evidenza lo schema teorico del suo rompicapo intellettuale sull’impossibilità di una prospettiva unica e l’incrocio di specchi riflessi che infrange ogni certezza.

 

Il giovane Karl Marx di Raoul Peck. Voto: 8

L’alba di una rivoluzione. Appassionata tranche de vie che racconta Marx ed Engels come se fossero due rockstar scapigliate, con la simpatia dovuta ai geni ma priva dei settarismi tipici delle agiografie. Senza rinunciare alla dimensione didattica, un biopic che fa di necessità virtù grazie allo sguardo ecologico di un regista che coglie nella parabola personale un discorso generale sulle disuguaglianze di tutto il mondo.

 

Happy Winter di Giovanni Totaro. Voto: 8

L’estate di un pezzo d’Itali(ett)a balneare sulla spiaggia di Palermo. Un colpo al cuore: un cinema che riesce ad essere antropologia vista mare, affresco socioeconomico di un’umanità vasta e composita, mosaico di individui troppo veri per essere veritieri. Un’esperienza collettiva etnografica e politica che accorda l’analisi e la curiosità ad una realtà sfuggente e forse mai davvero raccontata prima.

 

L’isola dei cani di Wes Anderson. Voto: 8 ½

Nel Giappone prossimo venturo, la ribellione dei cani deportati su un’isola di rifiuti. Il film più politico, libero, concettuale, audace (migliore?) di un regista eccentrico, consapevole di creare un cinema iconico, il cui stile identificativo si alimenta dell’incontro con la cultura giapponese all’appuntamento di una parabola allegorica e gentilmente distopica, dominata da memorabili animali antropomorfizzati.

 

Lazzaro felice di Alice Rohrwacher. Voto: 6

Già schiavo sotto la mezzadria tiranna di una padrona che tiene i servi all’oscuro del progresso, Lazzaro muore e risorge anni dopo, in un nuovo medioevo ma urbano. Oggetto bifido, strambo, sbilenco, una fantasmagoria naturalista sull’inesplicabilità del meraviglioso, sul mistero della purezza, sul fare cinema come atto sovversivo. Ma anche un discutibile discorso a tesi che mostra tutti i limiti della sua teoria.

 

Loro (Loro 1 e Loro 2) di Paolo Sorrentino. Voto: 8

Loro quindi lui. Due parti: strategia commerciale (sbagliata) eppure operazione spiazzante che giustappone una commedia scorsesiana sull’ambizione di fottere il mondo e un melodramma grottesco sull’incapacità di accettare il tempo che scorre. Puzzle liquido di ossessioni sorrentiniane fatto di frammenti carnevaleschi di un discorso senza fine sul doppio, sulla verità, sul corpo. Lo si capirà (accetterà) meglio un domani. (qui il focus per My Movies)

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Maria Maddalena di Garth Davis. Voto: 5 ½

Vabbe’, la storia la si conosce. Genere che ciclicamente ritorna al cinema per riallacciarsi ad un pubblico di adepti ormai abituato ai dottrinali tv movie religiosi, il film biblico batte la strada antiretorica tra reminescenze scorsesiane, brividi antidogmatici e femminismi ante litteram. Nonostante il casting non banale, resta un po’ troppo indeciso: meglio l’antica cripto-rilettura Maddalena di Augusto Genina.

 

Mektoub, My Love: Canto Uno di Abdellatif Kechiche. Voto: 6-

Ventenne francese di origini tunisine torna a casa per l’estate. Chiacchiere, scopate, chiacchiere, culi, chiacchiere, capre che nascono. Prima parte di una trilogia annunciata: coming of age erotico e romanzesco con fantasmi autobiografici, corpi osservati nella loro libidinosa brama di vivere senza limiti di morbosità. Edonista, rutilante, ma soprattutto estenuante: e se fosse un bluff? Furbissimo.

 

La mélodie di Rachid Ami. Voto: 5

Violinista malinconico diventa l’insegnante di una classe multietnica che prima lo rifiuta e poi lo segue. Ennesimo esempio di quel cinema francese edificante, consolatorio, un po’ ricattatorio per quanto innocuo, è un sorridente, prevedibile e paraculo lacrima-movie che sfrutta il consolidato schema della parabola educativa ad uso e consumo del ceto medio riflessivo.

 

Metti la nonna in freezer di Giancarlo Fontana e Giuseppe M. Stasi. Voto: 6

Poiché la sovrintendenza non paga, una restauratrice mantiene l’azienda con la pensione di nonna. Che si fa quando muore? Ennesimo ma decoroso tentativo di fare una commedia pop, nera e romantica, con l’ambizione di riallacciarsi all’acidità dei maestri del passato, cercando di raccontare la crisi in maniera paradossale ma non irrealistica. Però non sa crederci fino in fondo.

 

Molly’s Game di Aaron Sorkin. Voto: 7 ½

Ascesa e caduta della regina del poker. Si vede che è l’esordio di uno dei più grandi sceneggiatori del mondo: con un occhio ai frangibili antieroi di Scorsese, un monologo smisurato, che esalta il potere della parola e ripensa, cavalcandone la tensione muscolare, l’autobiografia di una donna imprigionata nella sua immagine pubblica. C’è poco da fare: Jessica Chastain è una regina.

 

Nobili bugie di Antonio Pisu. Voto: 5

Seconda guerra mondiale. Una famiglia di ebrei chiede ospitalità, in cambio di lingotti d’oro, a nobili decaduti che (soprav)vivono sui colli bolognesi. Prodotto indipendente, pieno di product placement, con un cast impreziosito da Raffaele Pisu e Claudia Cardinale, è una confusa e fragile commedia nera zeppa di figure bizzarre e grottesche, sospese tra fumetto umoristico e tragico romanzo d’appendice.

 

Nome di donna di Marco Tullio Giordana. Voto: 5

Giovane donna decide di denunciare il datore di lavoro che l’ha molestata, ma si scontra con l’omertà, gli insabbiamenti, la paura. Quasi un instant movie per il tempismo con cui affronta un temo vecchio come il mondo («un tempo li chiamavano complimenti» dice la grande Adriana Asti) ma di stretta attualità. Parte benino, poi diventa didascalico, prevedibile, schematico. Finalmente matura Cristiana Capotondi.

 

Omicidio al Cairo di Tarik Saleh. Voto: 7+

Nonostante opposizioni ed ingerenze, un poliziotto mediamente corrotto si ostina ad indagare sul delitto di una cantante, scoprendo verità scomode su un potere marcio. Sullo sfondo, le rivolte popolari della nascente Primavera araba. Discesa negli inferi di un sistema abituato all’abuso di potere, un amarissimo e crepuscolare noir civile e politico che è soprattutto l’allegoria di una nazione allo sfascio.

 

Pertini – Il combattente di Giancarlo De Cataldo e Graziano Diana. Voto: 5 ½

Mitografia del settimo presidente della Repubblica, già capo partigiano e voce autonoma del Partito Socialista. Dichiaratamente agiografica con la facilità di chi sceglie di non preoccuparsi un minimo di imbastire un discorso critico, una didascalica rievocazione con qualche cliché di troppo (le interviste ai ragazzi di oggi) e simpatici aneddoti.

 

Puoi baciare lo sposo di Alessandro Genovesi. Voto: 6-

Il sindaco progressista di un paesino restio all’accoglienza non accetta l’imminente matrimonio del figlio gay. Ispirato ad un musical di Broadway che, a parte nel finale, rinuncia alla componente musicale, è un altro tassello, più curioso che originale, della commedia con ambizioni pop più che popolari, sprovincializzata e apolide di un autore a suo modo tanto interessante quanto velleitario.

 

A Quiet Passion di Terence Davies. Voto: 8

Vita di Emily Dickinson e della sua progressiva autoesclusione dal mondo. Biopic contemplativo ed affascinante, dove tutto sembra rifulgere di una luce nitida e al contempo sfuggente, nella nettezza di una semplicità che mai semplifica perché cosciente della complessità, una limpidezza così pura da sembrare una questione morale. Un saggio di regia, un cinema sulla poesia antiretorico. Cynthia Nixon enorme.

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Rampage – Furia animale di Brad Peyton. Voto: 5

Animali infettati da un esperimento genetico crescono a dismisura e terrorizzano l’America. Da un vecchio videogame, ennesima avventura in gloria di The Rock, qui primatologo geniale, empatico, un po’ tamarro, praticamente indistruttibile. Blockbuster fracassone e caotico, film-gioco quasi parodico e pieno di buchi narrativi e che forse puoi apprezzare davvero se non hai superato la pubertà.

 

Ready Player One di Steven Spielberg. Voto: 7 ½

In un decadente futuro ipotetico dominato da inquinamento e sovrappopolamento, il defunto creatore di una realtà virtuale mette in palio il controllo del sistema nel gioco da lui stesso creato. In superficie: film gioco, omaggio zeppo di citazioni nella prospettiva della distopia paranoica. In profondità: film teorico, fantasmagoria sull’esperienza della visione, l’esercizio dello stupore, gli easter eggs. Spielberg in purezza.

 

Ricomincio da noi di Richard Loncraine. Voto: 6

Tradita dal marito, una compita sessantenne si fa trascinare dalla più spigliata sorella in un gruppo di ballerini âgé. Puro senior movie con tutti i crismi del filone, corre purtroppo il rischio di parlare solo ad una certa fetta di pubblico (la stessa generazione dei protagonisti) soprattutto per la noiosa assenza di sorprese o perlomeno di qualcosa che dia lo sprint ad un meccanismo fin troppo prevedibile.

 

I segreti di Wind River di Taylor Sheridan. Voto: 7 ½

In una desolata riserva indiana nel Wyoming viene uccisa una ragazza. Delle indagini si occupano una giovane recluta di città e il cacciatore di predatori locale (Jeremy Renner fantastico), costretto a rivivere un mai sopito dolore. Il sangue e il freddo, la morte e la neve: un implacabile thriller neoclassico, feroce e geometrico, che completa un’ideale trilogia della frontiera intesa come limite spaziale e rimozione storica.

 

The Silent Man di Peter Landesman. Voto: 5 ½

Quando al suo posto viene scelto un galoppino di Nixon, Mark Felt, vicedirettore dell’FBI, capisce che il Watergate è uno scandalo senza precedenti, e perciò diventa Gola Profonda. Praticamente il sequel di The Post, parallelo a Tutti gli uomini del presidente ma dal punto di vista di un insider. A suo modo un ennesimo Neeson-movie dove l’eroe (controverso) deve salvare l’America. Mai noioso ma senza fascino né nerbo.

 

Solo: A Star Wars Story di Ron Howard. Voto: 7-

La fabbrica dell’eroe, alle origini del mito. Sfigatissimo spin off di una saga che ha perso la sua aurea di evento, è comunque meglio di quanto mormorino in giro i fan integralisti: sotto la guida di due esperti (Howard e lo sceneggiatore Lawrence Kasdan), una rassicurante e solida operazione post-nostalgica che torna alle atmosfere umaniste e artigianali in nome di un classico intrattenimento.

 

La stanza delle meraviglie di Todd Haynes. Voto: 7+

1977: dopo la morte della mamma, un ragazzino va a New York alla ricerca di una libreria. 1927: una ragazzina si muove nella stessa città. Quasi impossibile raccontare il montaggio parallelo senza svelare l’incidenza dei fulmini, i segreti custoditi nelle case, il bisogno di un posto nel mondo. Magari imperfetto, ma un catalogo di emozioni struggenti con incredibile lavori su fotografia, sonoro, musiche.

 

La terra dell’abbastanza di Fabio e Damiano D’Innocenzo. Voto: 8

Dopo aver ammazzato per sbaglio un criminale dissociato, due adolescenti entrano nel vecchio clan della vittima. Ovviamente la svorta è solo l’inizio della fine. Folgorante esordio di due gemelli dallo sguardo già penetrante, una lacerante catabasi che fa subito presagire il senso di un’angoscia irreversibile, ostruita dal Raccordo, negli spazi ostili di una periferia fuori dall’Italia (o viceversa). Direzione degli attori straordinaria.

 

La terra di Dio di Francis Lee. Voto: 7 ½

Sui freddi pascoli inglesi, sboccia inatteso l’amore tra il figlio, segretamente omosessuale, di un fattore malato e un rumeno che lavora per loro. Pullulante di fango e letame, corpi sporchi e bestie, un’altra storia, tenera e ruvida, sull’accettazione degli istinti non preventivati, su un desiderio che sa di essere reciproco ma ha bisogno di mettersi alla prova per superare la stagione più rigida.

 

Tito e gli alieni di Paola Randi. Voto: 8-

Scomparsi i genitori, due ragazzini sono mandati nel deserto del Nevada, vicino all’Area 51, dove il malinconico zio astrofisico cerca contatti con lo spazio. Entusiasmante sci-fi che esplora un senso del meraviglioso assolutamente raro nel cinema italiano d’oggi e congiunge lo spirito di Comencini con la favola di Spielberg dentro un racconto di formazione cosmologico, libero, struggente. Derivativo, ma quanto cuore.

 

Tonya di Craig Gillespie. Voto: 8 ½

Storia vera dell’aggressione probabilmente pensata dalla pattinatrice Tonya Harding per liberarsi di una temibile rivale. American Crime Story che denuda le contraddizioni e le ipocrisie di una nazione votata alla competizione, un prismatico, grottesco e volgare sussidiario degli ordinari orrori dei reietti, un racconto frastagliato e fatto a brandelli per definire i confini labili della verità come punto di vista. Cast pazzesco.

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Tully di Jason Reitman. Voto: 8+

Esasperata dopo la terza gravidanza, una mamma quarantenne risorge grazie ad una tata notturna, che si prende cura anche di lei. Incardinato sul corpo sfatto che assorbe le nevrosi di una Charlize Theron stupefacente, quasi un cripto-remake di Mary Poppins che parte come un tipico dramedy nelle corde dell’ottimo Reitman, diventa una dolce coccola e monta verso uno spiazzante e doloroso finale.

 

Tuo, Simon di Greg Berlanti. Voto: 7+

Quando, sul blog della scuola, legge il coming out di un compagno protetto da nickname, un sedicenne comincia a scrivergli sotto falso nome, rivelandosi per la prima volta. Primo teen movie con protagonista dichiaratamente gay, è un sorridente coming of age contemporaneo e politico (cosa c’è di più politico dei sentimenti?) che non smussa gli angoli delle problematicità ma colpisce per autenticità e trasporto.

 

La truffa dei Logan di Steven Soderbergh. Voto: 8

Ultimi, presunti eredi di un’atavica sfortuna familiare, tre fratelli cercano di riscattarsi organizzando un maxi furto durante una gara automobilistica. Clamoroso ritorno di un autore che smentisce il ritiro, un’ode alla dissimulazione, ribelle e geometrica, dalla leggerezza irresistibile, talmente ancorata al presente della malinconica crisi suburbana da risultare un irresistibile ed immediato classico.

 

Il vegetale di Gennaro Nunziante. Voto: 5

Fabio Rovazzi (sì, si chiama proprio così nel film), appena laureatosi in Scienze delle comunicazioni, trova uno stage lontano dalla città. Il regista dietro il trionfo di Checco Zalone non trova nel novello candido una figura di pari carisma e capacità iconica, nonostante il tentativo di raccontare le difficoltà di una generazione dentro una favoletta ostinatamente garbata, rassicurante, ruffiana fino ad essere pallida e fiacca.

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